L'eccezionale fuga dai Piombi

Un importante tassello della leggenda di Casanova è la sua incredibile fuga dal carcere dei Piombi, dove fu rinchiuso il 25 luglio 1755 per detenzione di libri proibiti di alchimia e magia.

Il carcere dei Piombi era composto da piccole stanze completamente rivestite di legno che si trovavano nel sottotetto di Palazzo Ducale.Erano sette stanze, molto piccole, che potevano ospitare una o due persone al massimo: quattro davano sul Rio e tre sul cortile interno.

Non erano le celle più scomode del Palazzo Ducale: nei sotterranei ce n'erano delle altre che si chiamavano Pozzi, parzialmente immerse nell’acqua e illuminate da un piccolo pertugio affacciato sui Rii.

Appena rinchiuso, Casanova inizia a pensare alla fuga dalla prigione: si procura un ferro acuminato e comincia a praticare un buco nel pavimento di legno della sua cella. L’idea è quella di calarsi nottetempo nella Sala degli Inquisitori e, da lí, di svignarsela. Proprio quando il lavoro notturno di scavo è arrivato quasi alla sua conclusione, gli viene concesso il trasferimento in una cella più comoda. Nella nuova destinazione Casanova entra in contatto con un altro detenuto, padre Balbi, condannato per avere ingravidato tre perpetue.

È la notte dell’ultimo giorno di ottobre del 1756. Il cielo è sereno e appena velato di nebbia, il clima ancora tiepido nonostante l’autunno inoltrato. Giacomo approfittando dell’aiuto di padre Balbi decide di tentare la sorte sfidando il carcere che, anche per la posizione centralissima in città, difficilmente concede una fuga inosservata. Fortunatamente molti eventi giocano a favore di Casanova. Per prima cosa riesce a crearsi un cunicolo nel soffitto del Palazzo e poi riesce a spostare le lastre di piombo che ne costituiscono la copertura, trovandosi così all’aperto. Una volta all’aperto il rischio si alza, dato che il clima mite invoglia molti veneziani a passeggiare per la città, nonostante l’ora tarda. Una figura umana adulta quindi non sarebbe potuta passare inosservata, ma il caso vuole che l’astro lunare tramonti proprio in quel momento. E la buona sorte non è ancora finita.

A quel punto Casanova trova un abbaino con una grata in ferro che riesce facilmente a svellere e una finestra che, pur ferendosi più volte le mani, riesce a rompere, e infine una scala su un terrazzo presso l’abbaino, abbandonata lì da alcuni operai.

Nonostante la tensione e la fatica per il pericolo di scivolare, Casanova non riesce a fare a meno di ammirare lo spettacolo del Bacino di San Marco e della Chiesa dei Dogi che gli si para davanti.

La sua fuga è riuscita perchè nella notte di Ognissanti il palazzo era deserto.

Una volta sceso dal tetto e uscito da Palazzo, si imbarca su una gondola e si fa trasportare in Terraferma. A Venezia infatti non può più trovare rifugio: anche le Chiese non possono “dare asilo a chi abbia offeso il codice civile o penale”. La fuga è completata. L’ennesima “impresa” di Giacomo segna l’inizio di un lungo esilio, che lo porterà da Mestre a Bolzano, e poi vagabondo per l'Europa, spesso intristito da una struggente nostalgia per la sua Venezia, che dura ininterrottamente fino al 1774.